E’ molto interessante scoprire come la musica possa plasmare e influenzare la vita di un artista che le dedica tutto il suo tempo e che, data la grandissima dedizione e passione, sicuramente non mancherà di regalare altre soddisfazioni a Nicola, oggi per voi ai “microfoni” di Musicsquare !
NICOLA BARGHI
Ciao Nicola, innanzitutto mi complimento per la tua attività di musicista, veramente ottima sotto ogni punto di vista, e ti chiedo di illustrarci le origini e gli scopi iniziali con cui è nata la tua passione messa poi in pratica, nonché di definire ai lettori il tuo genere a grandi linee.
Grazie Ivan, mi fa molto piacere sapere che segui le mie novità.
Ho iniziato a suonare e comporre a 17 anni e l’esperienza accumulata è oramai più che decennale. Cerco di muovermi e farmi notare nel mondo musicale italiano ma non è facile. Più mi addentro in questo mondo e più trovo muri di gomma su cui rimbalzo, a volte la stanchezza prende il sopravvento ma non mi arrendo. La meritocrazia non fa parte del sistema di questo paese. Da musicista ingenuo credevo che se ci si impegnava al massimo credendo fino in fondo in ciò che si è scelto di fare sicuramente un giorno i risultati sarebbero arrivati, ma o non è ancora arrivato il mio momento oppure non funziona così ed è vero che per andare avanti bisogna avere qualche raccomandazione.
Ho creato anche il mio Tributo ai Beatles, che porto in giro con la NoOne Band, pensando di avere più opportunità di suonare e riuscire così a mentenermi economicamente per continuare ad insistere con la mia musica ma, nonostante l’intramontabile grandezza del repertorio dei FabFour, rimane dura proporsi senza una struttura alle spalle che ti supporta, a meno che non ci si svenda suonando per pochi Euro cosa che non porta comunque allo scopo prefisso.
Tutte le date e le news che ricevi su di me sono il frutto di un costante impegno in prima persona e non sono piovute dal cielo, son dovute alla mia cocciutaggine e insistenza. Il mio carattere impaziente e iperattivo mi fa smuovere tanta polvere e alla fine qualcosa ottengo, ma credimi, sono briciole in confronto all’impegno che ci metto e al tempo che ci investo.
Le origini della mia passione risalgono all’età di 8 anni, quando i miei genitori comprarono un pianoforte verticale. Iniziai così a “strimpellare” (nel vero senso della parola) con il solo scopo di divertirmi, non pensavo che la musica sarebbe diventata così importante nella mia vita. Ma la mia era proprio “fame” di musica perché in breve tempo ho scoperto di avere una forte attitudine verso altri strumenti musicali. Tutt’oggi non ho uno strumento preferito, spesso con il basso e con il piano mi sento più libero di esprimermi che con gli altri anche se quello che suono maggiormente è la chitarra e non passa giorno senza che mi sfoghi per bene alla batteria e forse sarà la mia poliedricità strumentale che mi porta a non preferire un genere o uno stile unico e scrivendo la mia musica questo salta immediatamente “all’orecchio”! Questa è la critica principale che mi viene mossa ma anche la caratteristica che più piace a chi mi ascolta. Sono eclettico e amo “la Musica” e questo mi porta ad andare controcorrente rispetto alle richieste delle case discografiche che vogliono album fatti di canzoni tutte simili tra loro.
Come affronti la composizione musicale dei tuoi brani? Da cosa trai ispirazione principalmente?
Non ho una regola precisa, cerco di non ripetermi mai e di non fare dei passaggi obbligati o già sentiti, non che sia facile, ma seguo principalmente ciò che mi piace e mi da emozione.
Tecnicamente lascio aperta fino all’ultimo la possibilità di un cambio di struttura del brano, mi piace lavorare così.
L’ispirazione può venire leggendo un libro o viaggiando in auto, oppure da una serata con degli amici, comunque l’ispirazione viene da qualsiasi cosa e in qualsiasi momento, ma devo essere io predisposto a riceverla.
Sei attivo da diversi anni a livello internazionale, com’è cambiata nell’ultimo decennio la scena rock italiana ed estera?
Io che mi sento un italiano con il cuore inglese non posso che accogliere con speranza il fatto che negli ultimi anni in Italia ci sia stata una leggera apertura mentale ma siamo troppo lenti e condizionati dagli stereotipi della “canzone melodica italiana”. All’estero, per esempio in Svezia, hanno percepito da tempo il ritorno ai suoni vintage (nel senso di un ritorno al suono vero e un po’ sporco delle band degli anni ’70), in Italia ci stiamo arrivando solo adesso. Inoltre noi (musicisti italiani) commettiamo il grave errore di prenderci troppo sul serio.
Qualcuno un giorno mi dovrà spiegare il vero motivo per il quale se io, italiano, ho necessità e la predisposizione (in parole povere “provo più emozione”) a cantare in lingua inglese sono out dal mercato delle Major nazionali? Lo fanno tutte le case discografiche del mondo tranne le nostre. Qualcuno me lo spieghi perché le risposte che mi hanno dato fino ad oggi non mi hanno soddisfatto per nulla, vogliono continuare a farci restare ancorati al passato invece che andare al passo con i tempi, siamo nella UE o no? L’inglese è la lingua che tutti dovremo parlare e capire o no?
Veniamo ad un punto “dolente” che spesso viene denunciato alla nostra penisola, parlo dei concerti e dei locali live. Come vi trovate sotto questo aspetto? So che suonate abbastanza spesso e in diverse regioni d’ Italia, potete ritenervi soddisfatti?
Tocchi un tema caldo anzi bollente! facciamo attenzione a non scottarci.
Non mi ritengo soddisfatto, e parlo a nome di tante band della Toscana.
E’ dura proporre brani propri perché non c’è la cultura, né da parte del pubblico né del gestore del locale che vuole fare “ciccia”, cioè vuole riempire il locale con poco sforzo. Quindi alzi la mano il musicista al quale non hanno mai rivolto la domanda “quanta gente mi porti”?
Sono rari i gestori che prima di farti suonare vogliano un CD o un Video per capire a che livello sei e, se vede la qualità, allora fissa una o più date, paga il giusto e fa promozione dell’evento (in internet è gratis). Questo è rispetto per i musicisti!
Inoltre buona parte dei locali ritiene di pagare tutte le band 150/200 euro (senza rimborso di viaggio e da dividere tra tutti i componenti).
Questa cifra viene accettata facilmente dai giovani gruppi. Non è una critica nei loro confronti perché lo sono stato anch’io, ho fatto contest, festival, ho suonato gratis, a volte rimettendoci, ma questo modo di fare non porta a niente, anzi, continuando così si abbassa la qualità della musica live e di conseguenza la cultura del gusto di un buon concerto.
Basterebbe solo un po’ di buonsenso da parte di entrambi. I locali non possono pretendere di avere una band a cifre ridicole e le bands devono impegnarsi e preparare concerti validi, devono studiare. Se proprio una band è alle prime esperienze allora potrebbe suonare gratis ma solo come concerto di prova. A regola, più la qualità è alta e più si paga, ma non è così… in Italia.
Quando si entra in questi temi mi viene sempre spontanea una domanda: Ma perché un artista o un musicista italiano deve avere un secondo lavoro con il quale portare a casa il pane quando ha un talento che in altri stati è considerato un valore degno di grande rispetto?
Per quanto riguarda la nostra attività Live di solito ci presentiamo ai comuni e ai locali proponendo entrambi i miei progetti, sia il Beatles Tribute sia i miei brani e novanta su cento scelgono i Beatles e nonostante si proponga uno spettacolo di qualità fatto da professionisti, si fa molta fatica a portare a termine un contratto, su 50 possibili eventi a cui ci proponiamo otteniamo circa 10 contatti interessati concretamente dai quali va bene se riusciamo a realizzare almeno 2 concerti. E’una lotta continua con comuni, assessori, pro loco, confcommercio ecc ecc, che dichiarano sempre di non disporre di fondi economici salvo poi investire centinaia di migliaia di euro per costruire strutture che non vengono neanche utilizzate ma lasciate cadere a pezzi, (guardate striscia la notizia quante ne ha trovate) o sprecare il denaro pubblico in opere che non sono di primaria importanza ritenendo invece la musica cosa di secondaria importanza e tirando sempre sul prezzo dato che i musicisti “lo fanno per divertimento”.
A livello contrattuale hai optato per una completa autoproduzione? Cosa ne pensi in generale del music business?
La mia è un’autoproduzione da diversi anni perché con le etichette discografiche indipendenti che ho conosciuto fino ad oggi non mi sono mai trovato daccordo, tra chi mi avrebbe messo nel catalogo senza fare promozioni e chi voleva che pagassi per farmi promuovere.
Le Major consideravano i miei progetti adatti ad una etichetta indipendente e le indie l’esatto contrario. Nonostante questo ricevo apprezzamenti da musicisti, artisti, giornalisti, critici, fans e soprattutto dall’estero. E questo lo vivo come una continua tentazione di mollare il mio paese per provare una strada diversa altrove.
Adesso sto completando questo mio nuovo album in lingua italiana e ho già contattato alcune case discografiche, major e indie e mi proporrò ad altre, tornerò alla carica, spero che questo progetto desti l’interesse che ha già ottenuto nella cerchia dei miei estimatori ad ogni ascolto.
Del music business non ne parlo volentieri perché non mi piace e perché vorrei solo pensare a fare la mia musica senza bisogno di invischiarmi nella politica e nei discorsi economici.
Internet e musica. E’ più un aiuto o un danno per la scena?
È senza dubbio un aiuto ma va saputo usare. Chi scarica musica gratis froda l’artista che l’ha scritta, ci dimentichiamo che dietro ad un brano, anche se non ci piace, c’è una persona che ha espresso una parte di se e dedicato il suo tempo per scriverlo. Abbiamo già la Siae che ci spolpa vivi, se poi anche Internet deve essere utilizzato contro di noi non va bene, ma se saputo usare è veramente una manna, il futuro, che è già presente.
A me non sembra onesto che i diritti Siae di un borderò del mio concerto vadano ripartiti anche con Ramazzotti e Gino Paoli che ne sono i principali soci. Viene praticata una ripartizione che anziché sostenere chi ancora non è affermato e fatica ad arrivare a fine mese, rimpingua ingiustamente le casse di chi già ce l’ha fatta e naviga in acque placide e sicure. Dovrebbero rivedere un po’ il modus operandi della Siae, delle case discografiche che fanno ricarichi enormi su un CD e dell’Enpals che per avere l’agibilità e pagarti i contributi detrae il 33% dal tuo cachet per una pensione che non vedrai mai perché per avere un anno di contributi devi fare 180 concerti, poi su quel 67% che rimane ci devi pagare anche le tasse a fine anno.
Una volta risolte queste ‘faccenduole’ possiamo pensare al “problema” Internet, che invece ha il pregio di poter far girare una notizia, un brano, un nome, una band per il mondo a costo zero e se ci piace quella canzone possiamo scaricarla pagandola il giusto prezzo senza tanti ricarichi inutili.
Alla fine le grandi istituzioni vivono grazie alle nostre opere, alle nostre idee, al talento di noi artisti e sinceramente ne ho anche piene le scatole. Con internet si sono aperte nuove possibilità per la musica e se questo è il futuro allora ben venga, io ci sto. Anche se mi dispiace non acquistare più il cd nei negozi di dischi, luogo d’indimenticabile magia, scartarlo e sentirne l’odore, aprire il libretto venendo inondati dal profumo del nuovo e della scoperta, ma se il futuro è internet con la possibilità per tutti di usufruire di musica pagandola meno e quindi aumentando la capacità di acquisto è un bene per noi musicisti, molti artisti (vedi Radiohead) hanno già intrapreso questa strada con ottimi risultati.
Secondo te è possibile, oggi nel 2009, che una band italiana emerga concretamente nel panorama mondiale? A cosa miri nel prossimo futuro?
Secondo me è difficile che succeda con i prodotti che vantiamo come numeri uno oggi in Italia, fatta eccezione per il Sudamerica mercato molto simile al nostro. Quando ci libereremo dai preconcetti allora ci sarà uno spiraglio di portare la nostra musica ufficialmente all’estero e magari di insegnare a fare musica. Ma la mentalità di questo paese è ancora legata al bel canto, ed ancora torno sul discorso della lingua, perché non si può cantare in inglese? Lo fa tutto il mondo. Non dico che tutti dobbiamo cantare in inglese ma se il prodotto di un certo artista è più potente in inglese, o come si dice in gergo, è più funzionale, perché non lasciarlo libero invece di obbligarlo a cantare in italiano snaturando la sua indole.
Io, nato in Italia, sono cresciuto però ascoltando musica inglese quindi inevitabilmente scrivo con una mentalità diversa dal melodico italiano e questo, a volte, non mi permette di sentirmi libero al 100%, musicalmente parlando.
A cosa miro nel prossimo futuro? Ad emergere concretamente nel panorama mondiale
Stai lavorando attualmente a del nuovo materiale? Se sì, in quale direzione musicale ti stai dirigendo con le nuove composizioni?
Io scrivo sempre, a volte poco e a volte troppo, un anno fa ho fatto una scelta importante, ho deciso di scrivere testi in italiano ed ho inevitabilmente cambiato direzione, sono cambiato io stesso.
Sapevo che il ‘vecchio’ Nicola non poteva essere tradotto in italiano, quindi ho cambiato ‘mondo’ ed è stata una scelta tosta, con i suoi pro e i suoi contro.
Lo definisco un progetto British Rock/Pop in lingua italiana. Con quest’idea mi sono avvicinato ancora di più alla semplicità della forma canzone, alla fine tutti abbiamo bisogno di canzoni semplici, di credere in qualcosa di positivo, di ascoltare qualcosa di piacevole e leggero. Ovviamente questo discorso vale per i testi in cui gli italiani sono indubbiamente bravi mentre per quanto riguarda la musica io cerco di essere più internazionale, di avere dei suoni più originali.
Spero di completarlo il prima possibile per presentarlo ad un’etichetta importante che magari sia collegata anche con l’estero perché in contemporanea continuo a scivere anche in inglese, prima nasce la musica poi sono le parole ad adattarsi ad essa, è la musica a scegliere la lingua giusta.
Le tue maggiori influenze da dove provengono? Cosa gira nella tua autoradio al momento?
Ultimamente ascolto The Last Shadow Puppets, Mando Diao e Franz Ferdinand, sono loro che mi hanno fatto venire gli spunti del nuovo progetto, pensare di farlo in italiano è una sfida in più. Comunque la mia autoradio mastica qualsiasi cosa, tutto il rock degli anni settanta, Jazz, di cui ho una vasta collezione, musica classica fino all’avanguardia e ambient, questa per momenti particolari ovviamente ahah, scherzo. A volte, spesso, la mia autoradio richiede espressamente i Beatles ed io l’accontento volentieri.
Di cosa ti piace parlare nei tuoi testi? Citami il testo secondo te più bello mai scritto a livello mondiale per una canzone.
Il Nicola che scrive in inglese ha sempre spaziato tra argomenti ed emozioni in gran misura ispirate dalla natura del Parco delle Foreste Casentinesi dove ho vissuto tra i 10 e i 26 anni e dai paesaggi della Svezia che ho conosciuto a fondo grazie al lavoro di fotografo naturalista di mio padre. Ma ci sono anche la scoperta dei sentimenti adulti, delle sofferenze dell’amore e uno sguardo incantato e aperto verso il mondo che mi attendeva. Il Nicola di oggi, quello del progetto in lingua italiana, scrive prevalentemente delle relazioni di coppia in tutte le sue sfumature, ironiche, agrodolci, amare e di pura gioia. Questo è dovuto anche alla metrica della lingua che pur restando una delle più belle in assoluto per la ricchezza di termini e la poeticità risulta anche una delle più difficili da musicare, perché manca della sintesi, dell’immediatezza dell’inglese e non è facile adattarla ai suoni British che distinguono le mie musiche. Non a caso in Italia abbiamo buoni autori di testi ma le vesti musicali che vengono date sono spesso deboli e scontate mentre all’estero avviene il contrario.
Detto questo le parole più belle che siano state scritte per una canzone sono, neanche a farlo apposta, di “Here, There and Everywhere” di Paul McCartney periodo Beatles anche se dovendo scegliere una canzone forte anche dal punto di vista della musica non posso non nominare “Imagine” di John Lennon.
Presentaci la tua NoOne band con la quale ti esibisci live. Preferisci la situazione solista o il gruppo? Quali sono le principali attività della band?
La NoOne Band è principalmente la band del Tributo ai Beatles con la quale ho suonato e suono in giro per l’Italia. E’ nata nel 2006 per realizzare una tournèe in Svezia in occasione dell’inaugurazione dell’ultimo tratto di E 45 la strada che parte da Gela in Sicilia e termina a Gallivare oltre il circolo polare artico.
In questi tre anni ha visto vari cambi di formazione, da sei elementi sperimentati in un concerto a Milano (di cui tu hai recensito il dvd) al duo acustico, indispensabile per alcune situazioni, fino al classico quartetto rock. Molti dei musicisti che hanno suonato in questa band hanno lasciato qualcosa di loro, nel sound e nell’approccio musicale perché anche se suoniamo i Beatles mi piace avere un’impronta personale da trasmettere al pubblico.
La formazione attuale vede, insieme al sottoscritto, anche l’ormai amico fraterno Dersu Poletti che si alterna tra chitarra elettrica ed acustica e ai cori, il nuovo arrivato Alessandro Nottoli che si districa con la linea melodica del basso di Paul McCartney e ai cori, ed il giovane nonché “riffettone” Michele Amato alla batteria. La scelta del nome della band non è casuale e gioca sul significato delle parole: NoOne, che letteralmente significa “nessuna” band, e N°One (Numero Uno). Gli estremi che si attraggono!
Ti lascio l’ultimo spazio a disposizione per parlare direttamente con i lettori e ti faccio un grosso in bocca al lupo per il futuro delle tue attività musicali!
Mi piacerebbe lanciare un messaggio positivo a tutti voi lettori di MusicSquare. La musica è la forma di comunicazione più potente che abbiamo, esiste fin dai primordi dell’umanità ed è sempre servita ad aggregare, ha spinto le persone ad unirsi sotto un’unica bandiera per cambiare la società e si è evoluta con essa ma ha spesso aiutato anche le singole persone a ritrovare forza e speranza nei momenti difficili, per questo ha diritto al rispetto in quanto forma d’arte nobile come e più di altre. Io sono cresciuto suonando e scrivendo musica e mi sento un po’ parte di questa grande forza, perciò vorrei invitarvi a conoscermi meglio e ad ascoltare i miei brani, nuovi e meno nuovi e, se vi piacciono, se vi comunicano emozioni, come succede a me, allora vi chiedo di spargere la voce e invitare i vostri amici ad ascoltarmi. Il passaparola è più potente di mille pubblicità.
Di seguito vi lascio i link ai miei siti dove poter leggere e ascoltare: www.nicolabarghi.com, www.myspace.com/nicolabarghi.
Questi i siti della NoOne Band: www.myspace.com/n1band, www.youtube.it/nicolabarghi
Entrambi i profili sono anche su Facebook.
Grazie a tutti voi lettori per l’attenzione e ad Ivan per questa intervista e lo spazio che mi ha dedicato
A presto.